Dal Vangelo secondo Giovanni (15,1-8)

 

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».


L’immagine della vite nella bibbia è importantissima: essa rappresenta il popolo di Israele, che Dio ha piantato nella Terra promessa e dalla quale attende frutti di amore e di giustizia. I profeti, in particolare Isaia, a più riprese denunciano però l’infedeltà del popolo: questa vigna scelta del Signore non porta i frutti richiesti anzi, come dice Gesù nella parabola, i vignaioli hanno ucciso i profeti e persino il figlio del padrone, al fine di impossessarsi della vigna (Mt 21, 33-43).

Il tempo di pasqua ci pone di fronte il mistero della Chiesa. Essa nasce da Cristo, vive in Cristo e porta frutto solo se unita a Cristo. La Chiesa è nel mondo non per le iniziative caritative, né per fare programmi pastorali e neppure per offrire una religione in cui credere; la missione della Chiesa è quella di vivere in Cristo, di partecipare dell’Amore di Cristo Gesù e offrire sé stessa con Lui per la salvezza del mondo. Punto! Dall’intima unione con Cristo, la Chiesa partecipa della sua Santità, della sua Vita e del suo Amore! È questa Vita divina che scorre nei cuori a generare tutte le attività, anche se esse sono solo la conseguenza di questa premessa; togliete la premessa della vita divina in Cristo e la Chiesa sarà solo un’organizzazione sociale.

Il tempo di pasqua ci parla dell’azione dello Spirito Santo, colui che edifica la Chiesa che è stata generata sulla croce da Gesù. Siamo dunque sotto la sua azione purificatrice (come dice l’esempio della potatura della vite), perché possiamo portare i frutti dello Spirito. Mentre andiamo verso la Pentecoste, cioè il compimento del tempo pasquale, la liturgia comincia a parlarci sempre più insistentemente dello Spirito Santo, della sua azione e dei suoi frutti. Essi, come ci ricorda l’apostolo Paolo sono: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Galati 5, 22).

Ma i frutti dello Spirito si manifestano anche nelle azioni, nella testimonianza di vita, nell’esercizio dei carismi che sono stati donati ai credenti. Essere tralci che portano frutto significa lasciarsi “attraversare” dalla linfa, dalla Vita dello Spirito perché possano manifestarsi in noi i frutti, cioè i carismi e con essi le opere; solo così le opere saranno “intrise” di Spirito. Dobbiamo chiederci se siamo tralci che portano frutto; oppure, usando un’altra immagine evangelica, se stiamo usando i talenti o se li stiamo sotterrando.